Hangover

La miserevole sofferenza, storia semiseria di come il fegato ti metabolizza la serata del giorno prima.

 

 

 

 

 

La prima curiosità degna di nota è che in italiano non esista un termine per definire quello che gli inglesi chiamano hangover, la resaca in spagnolo o la gueule de bois (bocca di legno per i francesi che sono sempre poetici), nonostante il fatto che questo supplizio devasti il corpo e la mente degli gli esseri umani da migliaia di anni. Comunque lo si chiami, a tutti sarà più o meno successo di ritrovarsi nel fatidico ‘giorno dopo’ così:

E’ un’ora tra le cinque e mezza e le sette e mezza di mattina, non lo sai perché il sole sahariano senza filtri che ti acceca l’occhio, non ti permette di mettere a fuoco la sveglia. Il mondo che gira vorticosamente intorno ti parla degli anormali livelli di cortisolo che il tuo corpo sta producendo, pompi ormone dello stress dalle vene, come fossi una gestante al settimo mese di gravidanza.
Ma tu, indeciso se vomitare anche il pranzo della prima comunione, non partorirai un figlio con sofferenza, con incertezza e ansia al massimo ti trascinerai a lavorare.
Inutile chiamare qualche amico per chiedere consiglio, la carta velina che hai al posto dei timpani verrebbe inutilmente trapassata da uno stridio senza senso. Un sms coraggioso ti porterebbe a risposte nauseabonde e lapalissiane ‘Bevi un caffè amaro ma mangia anche un’aringa’.
Stai producendo acetaldeide, che cerca di scomporre tutto l’alcol che hai in corpo, probabilmente sei disidratato (acqua, dovevi bere ACQUA), ma non lo sai. Tu sai che sudi, che non hai dormito, che hai l’alito di una cloaca otturata e necessiti di un pastore tedesco che ti accompagni in cucina a mettere la testa nel freezer.
Hai cenato in abbondanza, pensando di ‘asciugare’ il vino, senza sapere che tutti quei grassi che ora ti ballano in gola, hanno soltanto rallentato il tuo metabolismo nella scomposizione dell’alcol, che la mancanza di sonno non ha aiutato il sistema immunitario a combattere l’infiammazione, insomma una rivoluzione organica.
Nonostante la totale mancanza di zucchero nel sangue, sei riuscito ad uscire di casa.
Ed è la tua salvezza, perché dormire al buio qualche ora, se puoi andare al bar?!
E lì, sarai folgorato sulla via di Montalcino. Il consiglio dei consigli, la perla di saggezza Buddistha quasi tantrica te la da un amico al bar sotto l’ufficio, il fratello è medico, ti dice, ma scoprirai che fa il veterinario; ed ecco che il generoso luminare gli ha consegnato il sesto segreto di Fatima, che lui altruisticamente condivide con te: ‘alcol vuole alcol’. Un genio e tu, futuro alcolista, con lui. E quindi via, una bella birra ghiacciata al posto del caffè, immetti etanolo così da contrastare l’improvvisa produzione di citochine, peccato che per compensare la ‘caduta repentina di alcol nel sangue’ citando il luminare, tu continui a produrre i derivati della scomposizione dell’etanolo, tra cui metanolo, che il tuo corpo trasformerà tuo malgrado in acido formico e formaldeide, due tossine. Stomaco e intestino ringraziano te e il guaritore di serpenti, se puoi fatti anche un whisky prima di pranzo, così da proteggere le pareti dello stomaco. Le dieci ore che il fisico impiega mediamente a metabolizzare l’alcol, si trasformano così in 24. Ma se sarai così furbo da ascoltare il tuo sano istinto di sopravvivenza non berrai più, se non acqua, mangerai poco e leggero e dormirai il più a lungo possibile, forse ne uscirai…
Per il senso di colpa non ci sono studi scientifici, per fortuna.
La prossima volta ricorderai che è come si beve, piuttosto che cosa si beve, a fare la differenza….

The wine muse